La geopolitica dell’intimo nel cinema di Qubti
Di Laura Riello
Happy Holidays (2024) di Iskandar Qubti, Premio Orizzonti per la Migliore Sceneggiatura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Happy Holidays è un film potente, straordinario sotto ogni punto di vista, che riesce a mappare l’intimo della complessità multidimensionale dell’Israele contemporaneo.
Iskandar Qubti nella sua seconda opera dopo il folgorante esordio con Ajami (2009), trasforma un microcosmo domestico in un campo di battaglia traboccante di sottintesi inespressi, dove il privato non è solo influenzato dal politico, ma ne diventa la sua manifestazione più cruda e soffocante.
Al centro della narrazione, precedente agli eventi del 7 ottobre 2023, l’interazione tra una famiglia araba israeliana e una ebrea israeliana, a ridosso delle festività religiose israeliane (da qui l’ironia del titolo) funge da prisma per osservare come le macro-tensioni dello Stato filtrino dentro le mura di casa.
Il regista focalizza il suo sguardo sul corpo femminile, trasformandolo nel terreno ultimo di scontro ideologico. Su questo corpo le protagoniste non possono esercitare alcun diritto: la gravidanza si fa oggetto di contesa identitaria e la libera espressione della sessualità diventa colpa da espiare.
Il vero “convitato di pietra” è infatti la libertà individuale, costantemente sacrificata sull’altare di una sopravvivenza sociale fatta di rinunce e compromessi morali.
Lo sguardo di Iskandar Qubti è chirurgico e profondamente neorealista. Evitando il didascalismo, sceglie una regia osservativa che cattura lo “spaccato” di una società claustrofobica. I personaggi li sceglie tra attori non professionisti, uomini e donne che interpretano ruoli simili nella loro vita reale, in un plot dallo stile documentaristico che si costruisce sulle situazioni e sulle emozioni, più che sul copione.
Il suo è uno sguardo che non giudica ma “rivela”, muovendosi tra i diversi piani psicologici e di costume con una naturalezza che rende ancora più inquietante l’indottrinamento quotidiano. Alcuni dettagli catturati dalla cinepresa sono emblematici di un’infanzia violata in cui le maestre all’asilo parlano affettuosamente di “Bibi” come di un personaggio innocuo da fumetto, normalizzando la figura politica sin dalla tenera età e dell’ineluttabilità della leva militare per le giovani donne, vissuta non come scelta ma come un destino imposto da famiglia e società, senza alcuna possibilità di appello.
Qubti gioca magistralmente sull’introspezione dei personaggi, utilizzandoli come specchi deformanti di due società alla deriva. In questo racconto di vite divise tra arabi ed ebrei il “non detto” pesa quanto il “detto”, restituendoci il ritratto di un mondo in cui le restrizioni morali, culturali ed economiche sono diventate, tragicamente, l’unica norma possibile. In Happy Holidays, la tragedia non esplode nelle piazze, ma matura silenziosa tra le pieghe di una quotidianità dove il diritto di esistere come individui è stato lentamente barattato con l’obbligo di appartenenza.