
Perché Netanyahu vuole fare causa al New York Times dopo l’editoriale di Nicholas Kristof
Schiacciare la resistenza di un popolo attraverso la vessazione quotidiana e, subito dopo, silenziare chi lo racconta. La strategia del governo israeliano sembra ormai aver superato i confini dei territori occupati per trasferirsi anche nei tribunali occidentali. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, d’intesa con il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, ha dato mandato ai propri legali di intentare una causa milionaria per diffamazione contro il New York Times e il suo editorialista Nicholas Kristof. La reazione israeliana prende di mira un editoriale pubblicato l’11 maggio 2026 dal quotidiano statunitense, intitolato “The Silence That Meets the Rape of Palestinians” (“Il silenzio che accoglie lo stupro dei palestinesi”), nel quale Kristof affronta il tema delle violenze sessuali denunciate da detenuti e civili palestinesi.
Il governo israeliano ha definito l’articolo una “raccolta di menzogne distorte”, accusando il quotidiano di aver diffuso uno dei peggiori “libelli di sangue” della storia recente della stampa occidentale. Secondo quanto riportato da The Guardian¹ e dal Financial Times², l’esecutivo israeliano starebbe valutando un’azione legale negli Stati Uniti contro il giornale e il suo editorialista.
L’editoriale originale del New York Times è disponibile qui:
https://www.nytimes.com/2026/05/11/opinion/israel-palestinians-sexual-violence.html
Al di là della cronaca giudiziaria, la vicenda solleva interrogativi profondi sulla strategia comunicativa di Israele e sul crescente utilizzo delle pressioni politiche e legali nei confronti dell’informazione critica.
Nicholas Kristof non è un reporter qualunque. È una delle firme più autorevoli del giornalismo statunitense contemporaneo, un cronista che ha costruito la propria reputazione sulla testimonianza diretta nei teatri di crisi. Nel corso della sua carriera ha ricevuto due Premi Pulitzer: il primo nel 1990, insieme alla moglie Sheryl WuDunn, per la copertura della repressione di Piazza Tiananmen a Pechino; il secondo nel 2006 per la serie di reportage che contribuì a portare all’attenzione internazionale il genocidio in Darfur.
È questa figura ad aver rotto un ulteriore tabù, affrontando pubblicamente le denunce di abusi e violenze sessuali compiuti contro detenuti e civili palestinesi. Nel suo editoriale, Kristof cita quattordici testimonianze dirette, tra cui quelle dell’ex detenuto Sami al-Sai e dell’attivista Issa Amro, descrivendo episodi di umiliazione fisica e psicologica all’interno del sistema carcerario israeliano. Pur precisando di non avere prove di ordini impartiti dai vertici politici o militari, il giornalista sostiene che le autorità israeliane abbiano tollerato un sistema di detenzione nel quale pratiche di violenza sessuale e degradazione sarebbero divenute diffuse e sistemiche.
Le accuse contenute nell’editoriale trovano riscontro, almeno parziale, in diversi rapporti internazionali. Un dossier delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti armati ha espresso forte preoccupazione per le testimonianze relative ad abusi subiti da detenuti palestinesi³. Analogamente, l’ONG israeliana B’Tselem ha pubblicato rapporti dettagliati sulle condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, descrivendo pratiche di maltrattamento, violenza fisica e umiliazione sistematica⁴. Anche Save the Children ha denunciato un aumento significativo degli abusi contro minori palestinesi detenuti, riferendo che molti bambini avrebbero subito o assistito a violenze a sfondo sessuale durante la detenzione⁵.
La spina dorsale del pezzo di Kristof risiede tuttavia nella critica al doppio standard morale dell’opinione pubblica occidentale. Il giornalista ricorda come le atrocità sessuali commesse da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 siano state — giustamente — oggetto di ampia condanna internazionale. Con la stessa fermezza etica, sostiene Kristof, dovrebbero essere affrontate anche le violenze denunciate dai palestinesi quando i responsabili appartengono alle forze israeliane o al sistema di sicurezza dello Stato ebraico.
È proprio di fronte a questa equivalenza morale che la reazione israeliana si è fatta particolarmente dura. Eppure, Netanyahu e i suoi consiglieri sanno perfettamente che una causa per diffamazione contro un colosso editoriale protetto dal Primo Emendamento americano avrebbe possibilità giuridiche estremamente limitate di successo. La reale funzione dell’offensiva legale appare piuttosto quella di aumentare il costo politico, economico e reputazionale dell’inchiesta giornalistica su Israele e Gaza. Trascinare il New York Times e una figura come Kristof in un contenzioso milionario significa infatti lanciare un messaggio implicito a tutte le redazioni occidentali: chiunque scelga di indagare sulle accuse di crimini di guerra o violazioni dei diritti umani rischia di entrare in un terreno di scontro giudiziario e politico estremamente oneroso. Una dinamica che molti osservatori riconducono al fenomeno delle cosiddette SLAPP suits, le cause strategiche utilizzate per intimidire giornalisti e attivisti.
Questa offensiva legale non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia di gestione dell’informazione. Sul terreno, l’assedio a Gaza ha registrato un numero senza precedenti di reporter locali uccisi durante le operazioni militari. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha più volte denunciato la gravità della situazione, definendo il conflitto uno dei più letali per la stampa negli ultimi decenni⁶.
Parallelamente, nelle capitali occidentali, organizzazioni filoisraeliane, gruppi di pressione e apparati diplomatici esercitano da anni una forte influenza sul dibattito pubblico e mediatico relativo al conflitto israelo-palestinese.
Dove non arrivano i tribunali o la pressione politica, si sviluppa il conflitto digitale dell’informazione. Israele investe da tempo in articolate strategie di comunicazione internazionale e diplomazia pubblica, spesso indicate con il termine ebraico “Hasbara”⁷, finalizzate a influenzare la narrazione globale del conflitto. In rete, il dibattito è ormai attraversato da campagne coordinate, accuse reciproche di propaganda e tentativi sistematici di delegittimazione delle fonti avversarie. In questo clima altamente polarizzato, ONG, giornalisti investigativi e organismi internazionali vengono frequentemente accusati – a seconda delle posizioni – di antisemitismo, propaganda filo-terrorista o manipolazione politica.
Lo scontro attorno all’editoriale di Nicholas Kristof dimostra, in ultima analisi, che la gestione della verità è ormai diventata un fronte strategico del conflitto tanto quanto quello militare. E che il giornalismo investigativo indipendente, soprattutto quando mette in discussione narrazioni consolidate, rischia sempre più spesso di essere trattato come una minaccia politica da neutralizzare.
Le autorità israeliane respingono categoricamente ogni accusa di sistematicità degli abusi e sostengono che eventuali violazioni individuali vengano investigate dagli organismi competenti dello Stato¹.
¹ The Guardian, “Israel to sue New York Times over article on abuse of Palestinian detainees”, 14 maggio 2026
² Financial Times, “Israel threatens legal action against New York Times columnist Nicholas Kristof”, maggio 2026
https://www.ft.com/content/ca42599f-2365-4b38-ace1-4eb7725b2e5b
³ United Nations, Conflict-Related Sexual Violence Report, 2025
⁴ B’Tselem, Living Hell: The Israeli Prison System as a Network of Torture Camps
https://www.btselem.org/publications/202601_living_hell
⁵ Save the Children, Stripped, beaten and blindfolded: violence against Palestinian children in detention
⁶ Committee to Protect Journalists (CPJ), reports on journalists killed in Gaza
https://cpj.org/2026/01/journalist-casualties-in-the-israel-gaza-conflict
⁷ The Times of Israel, “Israel just quintupled its PR budget to $730 million”, 30 aprile 2026.