
“Quando Ugo Lucio Borga la settimana scorsa mi ha girato i suoi scatti di guerra per scegliere cosa proiettare a Nobìlita, io ho dovuto a un certo punto chiudere lo schermo del computer e riaprirlo più tardi. L’ho fatto d’istinto, non ho retto quelle foto, me ne vergogno. Mi sono chiesta che forza avesse lui a fare quel mestiere, a “tenere insieme la distanza e l’intimità” – come dice lui – con chi è appena morto o sta per morire o sa che gli potrebbe accadere da un passo all’altro.
Fino a quel momento ci eravamo solo sentiti al telefono e mai visti prima; ci siamo conosciuti al festival perché gli ho chiesto di aprire con me questa edizione e di farlo senza che il suo nome comparisse prima sul programma. Era rientrato dall’Ucraina da un paio di settimane ma di Ucraina aveva scritto libri già nel 2016 quando nessuno si interessava ancora a lei e di foto gliene aveva già fatte a migliaia senza aspettare che la mettessero tremendamente in posa agli occhi del mondo sia la politica che la finanza.
I suoi ultimi quindici anni li ha vissuti da fotoreporter e giornalista di guerra ai quattro angoli del mondo, da nord a sud e da est a ovest. Quando il festival è iniziato e sono partite le sue immagini in bianco e nero e io sono salita sul palco per spiegare cosa stesse accadendo, sono stata appena capace di dire “Le guerre che ci fanno vedere sono soltanto la punta dell’iceberg”.
Poi l’ho fatto salire, l’emozione ha deciso per me.
Non dimenticherò quei minuti lì accanto a lui ad ascoltarlo.

Con Senza Filtro abbiamo realizzato un reportage raro, coordinato da Asmae Dachan, dal titolo “Lavorare con il nemico”: abbiamo voluto parlare di lavoro nei luoghi in guerra, nei pezzi di mondo in conflitto da decenni e dimenticati da tutti.
La guerra è una orribile moda.
La foto di copertina sembra un Cristo morente con una corona di proiettili in testa ed è ovviamente sua, sua di Ugo Lucio Borga che ha firmato per noi anche un articolo. Contributi anche di Asmae e di Laura Silvia Battaglia, Marta Bellingreri e Lara Mariani.

Leggetelo questo reportage, per favore.
Dateci la speranza che vi batte il cuore davanti al mestiere dei giornalisti che come lui rischiano la vita coi civili, coi militari, con la follia delle guerre: il nostro reportage non è un finto videogame spacciato per vita vera.”
Stefania Zolotti