L’opinione della Dr.ssa Shahd Hammouri per Al Jazeera
“È tempo di spostare l’ONU e il diritto internazionale fuori dall’Occidente
L’impunità di Israele ci ha portati a un punto di svolta in cui il sistema internazionale attuale non è più sostenibile. L’eccezionale immunità di cui Israele ha goduto per decenni ha messo il diritto internazionale e le sue istituzioni in una situazione critica. Israele ha ucciso operatori dell’ONU, vietato l’UNRWA, impedito l’accesso ai rappresentanti delle Nazioni Unite e insultato ripetutamente l’organizzazione e i suoi funzionari.
I governi israeliani e i loro alleati hanno fatto pressioni sulla Corte Penale Internazionale (ICC) per evitare indagini sui crimini israeliani, ricorrendo a minacce fisiche, sanzioni e diffamazione. Gli attacchi alla Corte si sono intensificati dopo l’emissione di mandati di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sostenitore di Israele, ha firmato un ordine esecutivo per reintrodurre sanzioni contro i membri della Corte. Questa azione si aggiunge ad altre decisioni, come il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che minano il multilateralismo internazionale. Recentemente, il presidente USA ha dimostrato ulteriore disprezzo per il diritto internazionale dichiarando la sua intenzione di “prendere il controllo” di Gaza e “possederla”.
Questi eventi sollevano interrogativi sulla sopravvivenza del sistema globale guidato dall’ONU. Nonostante la sua fondazione nel 1945 con lo scopo di “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”, l’ONU ha fallito nel prevenire e fermare conflitti per decenni. Ha garantito “pace per alcuni”, ovvero per gli stati economicamente avanzati che continuano a condurre guerre per procura nei paesi ex colonizzati. Dobbiamo quindi rinunciare all’idea di un ordine giuridico internazionale?
Di fronte alle minacce del cambiamento climatico e alla crescente militarizzazione, è evidente che abbiamo bisogno di un sistema che unisca i popoli sotto l’ideale di giustizia. Studiosi hanno già proposto un ordine giuridico internazionale che non favorisca i potenti. Il giurista cileno Alejandro Alvarez, circa 70 anni fa, sosteneva che la tradizione giuridica europea, su cui si basa il diritto internazionale, fosse inadeguata per affrontare le questioni legali in regioni come le Americhe. Durante la sua esperienza come giudice alla Corte Internazionale di Giustizia (1946-1955), Alvarez invocò un “nuovo diritto internazionale” che tenesse conto della decolonizzazione e degli interessi degli stati decolonizzati.
Negli anni successivi, gli stati del Sud globale tentarono di rivendicare il diritto internazionale a proprio vantaggio, ma le potenze economiche riuscirono a ostacolare questi sforzi. Oggi, ci troviamo in un momento storico in cui è necessario rinnovare queste iniziative per garantire la sopravvivenza di un vero ordine giuridico internazionale. La questione palestinese potrebbe essere il motore di questo cambiamento, poiché il genocidio a Gaza rappresenta un esempio emblematico delle dinamiche di dominio ed esclusione che caratterizzano l’attuale sistema globale.
Alcuni stati del Sud globale stanno già cercando di escludere Israele dalle Nazioni Unite. Una petizione firmata da 500 giuristi ha chiesto all’Assemblea Generale dell’ONU di revocare l’appartenenza di Israele per preservare la credibilità dell’organizzazione. In risposta, il Congresso degli Stati Uniti ha minacciato di tagliare i finanziamenti all’ONU se tale voto dovesse avere luogo. Sebbene l’influenza del governo USA sull’ONU non sia un segreto, questa minaccia pubblica rappresenta una forma di coercizione economica che mina l’autorità dell’istituzione e i principi del diritto internazionale.
Se gli Stati Uniti dovessero interrompere completamente i finanziamenti all’ONU, la risposta più logica sarebbe spostare il quartier generale dell’ONU fuori dagli USA e dall’Europa, in un paese del Sud globale. Trasferire la sede dell’ONU da New York ridurrebbe significativamente i costi, rafforzerebbe il sostegno del Sud globale e garantirebbe una partecipazione più equa. Inoltre, eliminerebbe il paradosso di un’istituzione internazionale situata in uno stato che si è dimostrato il più coerente violatore delle norme che essa stessa dovrebbe proteggere.
A livello istituzionale, la storia dimostra la necessità di abolire strutture che perpetuano il potere imperiale, come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Già figure chiave dei movimenti di decolonizzazione, come Thomas Sankara e Amílcar Cabral, hanno chiesto la loro abolizione. Per amplificare le voci del Sud globale, l’Assemblea Generale dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia dovrebbero essere dotate di maggiore potere, come sostenuto dal giudice algerino Mohammad Bedjaoui. Inoltre, questo potrebbe essere un momento cruciale per la creazione di nuove leggi internazionali basate sugli sforzi storici di riforma. Alcuni stati insulari del Pacifico stanno già sfidando le attuali limitazioni del diritto internazionale chiedendo alla Corte Internazionale di Giustizia di pronunciarsi sulla responsabilità degli stati nei confronti del cambiamento climatico.
La Progressive International, una coalizione di organizzazioni progressiste globali, sta cercando di rilanciare questi sforzi attraverso un progetto per sviluppare un nuovo ordine economico internazionale. C’è potere nell’unità delle voci, e i popoli del Sud globale condividono un’esperienza comune di dominio economico e fisico. Perché un cambiamento avvenga, è necessario che le condizioni politiche siano favorevoli, anche solo per un breve momento.
L’attuale situazione di genocidio, neocolonialismo, crisi climatica e impunità ci impone il dovere di ripensare lo status quo. Il cinismo non è un’opzione. Dobbiamo iniziare a costruire le basi di un nuovo sistema giuridico internazionale che si fondi sulla giustizia, non sul potere.”
Dr. Shahd Hammouri è docente di diritto internazionale all’Università del Kent e consulente legale internazionale. Le sue ricerche si concentrano sulle economie di guerra e sulla teoria critica. È autrice del libro di prossima pubblicazione Corporate War Profiteering and International Law.