
Copyright: Stefano Torrione photographer
Non è il buio a far paura a L’Avana, ma il silenzio dei frigoriferi. Quel ronzio che si spegne porta con sé l’angoscia del cibo che si guasta, del latte introvabile che va a male, di una cena che diventerà un terno al lotto.
L’inasprimento del bloqueo americano, che è bene ricordarlo, esiste dal lontano 1962, non è più una disputa da palazzi diplomatici: è una morsa fisica che entra nelle case, svuota i piatti e toglie il sonno nelle notti afose dove nemmeno un ventilatore può dare tregua.
Oggi vivere a Cuba significa misurare il tempo tra un blackout e l’altro e la giornata di un cubano è un’odissea di calcoli.
Il quantitativo di riso e i fagioli assegnati d’ufficio sulla libreta ma che non vengono distribuiti da un mese perché gli scaffali delle bodegas sono vuoti, con il mercato nero che gongola a prezzi inaffrontabili.
Si calcola quanta strada si può fare a piedi perché i trasporti sono paralizzati; si calcola quanto può resistere un’infezione perché gli scaffali delle farmacie sono semplicemente scheletri di legno.
Negli ospedali, medici ed infermieri operano in un equilibrio precario, dove il genio sostituisce la tecnologia e le donazioni internazionali sono l’unico filo che tiene accesa la speranza nei reparti. Quando manca l’ibuprofene, si torna alle radici. La medicina naturale e tradizionale è diventata la migliore difesa: 2.000 piante officinali e il sapere ancestrale della Santeria trasformati in protocolli d’emergenza per chi non trova più una pillola per il dolore.
Nonostante la fatica di trovare il pane quotidiano e l’azzeramento dei rifornimenti energetici avvenuto a fine gennaio, l’isola rifiuta di spegnersi moralmente. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha evocato la “resistenza creativa”, e il popolo ha risposto nell’unico modo che conosce, trasformando l’arte in un atto di ribellione. Teatri, palestre e cinema restano aperti, spesso illuminati da mezzi di fortuna, per offrire un rifugio psicologico alla durezza della strada. Non è evasione, è ostinazione, è il rifiuto di lasciarsi definire solo dalla propria miseria. È un concetto che stride con la fame, ma che tiene in piedi l’anima dell’isola. Si balla per non crollare, si fa sport per sentirsi ancora vivi, si trasforma la scarsità in un’opera d’arte d’avanguardia.
Al Vedado de l’Havana, i giovani dell’associazione Hermanos Saiz continuano a organizzare concerti e dibattiti, usando la musica per coprire il rumore del vuoto lasciato dalle sanzioni. “È un’esistenza scandita dal nuovo, brutale ritmo della scarsità, dove ogni gesto quotidiano — spostarsi, mangiare, curarsi — diventa una piccola vittoria contro l’assedio“, mi racconta Camila Perez.
Mentre la politica internazionale resta impantanata in posizioni ambigue, la speranza viaggia via mare. Sulla scia delle spedizioni per Gaza, un convoglio umanitario partirà dai Caraibi a marzo per forzare l’isolamento. Il Messico invia cibo ma taglia l’energia sotto pressione USA; la Russia garantisce un sostegno che resta avvolto nel mistero diplomatico. Dall’Italia, il governo ribadisce la linea del “cambiamento necessario”, una posizione che di fatto avalla la strategia trumpiana della pressione estrema, sperando in un’implosione del sistema.
Solo Pechino risponde con i fatti, inviando a Cuba 5.000 sistemi fotovoltaici per tamponare la cronica crisi energetica dell’isola. Una mossa che va ben oltre la solidarietà. E’ una partita a scacchi geopolitica giocata nel cortile di casa di Washington. Esportando tecnologia green, la Cina non si limita a sostenere un alleato storico, ma propone un modello multipolare alternativo alla pressione diplomatica americana. Se gli USA usano le sanzioni come leva di cambiamento politico, la Cina si accredita come partner pragmatico, capace di risolvere problemi materiali e, al contempo, creare una dipendenza tecnologica di lungo periodo per la manutenzione e lo sviluppo della rete elettrica cubana.
Cuba, nel frattempo, continua a resistere, sospesa tra la dignità della sua cultura e la ricerca di quel raggio di sole capace, finalmente, di riaccendere la luce.