Ci sono opere che sfidano le regole classiche della critica cinematografica, costringendoci a pesare il loro valore non con il bilancino della perfezione formale, ma con la forza della loro stessa urgenza esistenziale. È il caso di No Good Men (noto anche con il titolo originale Kabul Jan), il lungometraggio che ha inaugurato il Festival di Berlino 2026. Scritto, diretto e, per un colpo di scena produttivo dell’ultimo minuto, anche interpretato dalla regista afghana in esilio Shahrbanoo Sadat, il film si presenta come un oggetto strano, a tratti spiazzante, ma dall’impatto politico-culturale monumentale.

La storia ci riporta ai primi mesi del 2021, in una Kabul sospesa sull’orlo del baratro, poco prima del drammatico ritorno al potere dei Talebani. La protagonista, Naru, è una giovane madre single che lavora come operatrice di ripresa per la principale emittente televisiva della capitale. Divorziata da un uomo violento e profondamente cinica nei confronti dell’universo maschile – tanto da ripetere che in Afghanistan non esistono uomini buoni – si ritrova a collaborare strettamente con Qodrat, il giornalista di punta della rete, interpretato da Anwar Hashimi. Quest’ultimo è l’autore dei diari reali da cui l’intera pentalogia della regista è tratta. Questa pellicola rappresenta infatti il terzo tassello di un monumentale progetto in cinque capitoli con cui Sadat sta traducendo in immagini gli scritti privati del suo migliore amico. Una pentalogia unica nel suo genere che, partendo dall’infanzia rurale raccontata in Wolf and Sheep e passando per l’adolescenza sotto l’occupazione sovietica di The Orphanage, ripercorre gli ultimi quarant’anni di travagliata storia afgana attraverso il filtro intimo della gente comune, approdando oggi al capitolo dell’età adulta e della modernità perduta.
È una modernità che ha i giorni contati, poiché l’arco temporale del film racchiude una delle pagine più dolorose e convulse della storia afghana. La narrazione si sviluppa infatti in quel preciso e cruciale crinale storico sospeso tra l’appena prima del ritiro definitivo delle truppe americane da Kabul, una fase densa di fragili speranze e fermento culturale, e il tragico giorno in cui le forze occidentali se ne sono andate, lasciando sprofondare l’intero Paese nuovamente nel buio del fondamentalismo talebano. Questo countdown invisibile ma opprimente scandisce ogni inquadratura, trasformando le ambizioni, i legami e la stessa quotidianità dei protagonisti in un tempo preso in prestito prima dell’inevitabile catastrofe.
Questa Kabul sospesa, caotica, polverosa e vitale, nasconde in realtà un piccolo miracolo di illusionismo. Con il Paese reale ormai inaccessibile, la regista ha dovuto ricostruire la sua memoria interamente in Germania, principalmente nei quartieri industriali e multiculturali di Amburgo, come Wilhelmsburg e Rothenburgsort. Grazie a un lavoro straordinario di scenografia, l’Europa scompare per lasciare spazio alla quotidianità afghana. Questa ricostruzione così viscerale fa da sfondo al vero cuore pulsante del film: il racconto delle donne di Kabul, finalmente liberate dalla retorica occidentale che le vuole vedere esclusivamente come vittime passive e silenziose.
Sadat mette in scena un universo femminile autonomo e straordinariamente moderno. Le donne di No Good Men lavorano, discutono di diritti, si stringono in una solidarietà di ferro e, nelle scene più intime, si concedono persino il lusso dell’ironia, ridendo dei difetti degli uomini o regalandosi sex toy per festeggiare un divorzio. Il punto di svolta narrativo arriva quando Naru viene mandata a fare interviste di strada in occasione di San Valentino. Questa sequenza evoca irresistibilmente una versione contemporanea e afghana di Comizi d’Amore di Pier Paolo Pasolini. Proprio come il regista friulano nel 1964 attraversava l’Italia per interrogare la gente comune su amore, sesso e matrimonio, offrendo uno spaccato sociologico e di costume di un Paese in transizione, così l’obiettivo di Naru squarcia il velo sulla Kabul del 2021. Davanti alla telecamera di una donna, le passanti superano la timidezza e aprono il cuore per denunciare matrimoni combinati e violenze domestiche, trasformando una banale rubrica televisiva sul romanticismo in una radiografia sociale di spaventosa lucidità e in un potente coro di resistenza collettiva.
Eppure, guardando il film con occhio puramente critico, si avverte una certa nonchalance forzata nel mescolare i generi. Sadat tenta un’operazione rischiosissima, cercando di fondere la leggerezza della commedia romantica urbana con la tragedia geopolitica degli attentati kamikaze e dell’avanzata talebana. Questa transizione non sempre avviene in modo fluido, e il prezzo da pagare è un evidente didascalismo che appesantisce sia le scene che i dialoghi. In diversi passaggi, la sceneggiatura sembra rinunciare alla spontaneità. I personaggi smettono di parlare come persone reali e iniziano a recitare veri e propri manifesti politici, quasi a voler spiegare a tutti i costi le proprie ragioni al pubblico internazionale. Anche l’evoluzione della storia d’amore centrale risente di questa rigidità, faticando a trovare una sua naturalezza drammatica all’interno del caos storico circostante.
Al di là delle imperfezioni stilistiche e di un tono a tratti troppo didascalico, No Good Men resta un’opera imprescindibile, anche grazie a un potente cortocircuito meta-cinematografico. Di fatto, a sole tre settimane dal primo ciak, l’improvviso abbandono dell’attrice protagonista ha spinto la regista a metterci letteralmente la faccia, scegliendo di interpretare il proprio alter ego cinematografico accanto al suo migliore amico. Questo incredibile intreccio tra realtà e finzione fa sì che i due si ritrovino a recitare la propria vita proprio mentre, nella storia e fuori dal set, il loro Paese d’origine sprofonda di nuovo nel buio del fondamentalismo. No Good Men è la fotografia preziosa di un momento di libertà che oggi non esiste più. È un bacio proibito sul grande schermo che suona come una dichiarazione di guerra culturale, un film che si fa perdonare ogni difetto formale grazie alla straordinaria potenza di una voce che non ha nessuna intenzione di farsi zittire.